SLOW FASHION e FASHION REVOLUTION: un approccio responsabile al mondo della moda

L’industria tessile è ormai seconda solo al petrolio per impatto ambientale e sfrutta manodopera a basso costo in paesi in via di sviluppo per produrre collezioni economiche e di breve durata.

Per far fronte a questo andamento che vede solo il profitto come meta finale, mettendo in secondo piano i diritti umani, dei lavoratori e il rispetto dell’ambiente, sono nati due movimenti volti a proporre iniziative di sensibilizzazione per educare il consumatore finale e i produttori ad un approccio più etico e sostenibile verso il mondo della moda.

Fashion Revolution

Quante volte guardando nell’etichetta dei tuoi vestiti ti sei reso/a conto che il capo provenisse da paesi lontani, il più delle volte da paesi definiti “sottosviluppati”?

Lo sappiamo, ormai è diventata una cosa scontata a cui quasi non si da neanche più peso, ma se ti fermi a riflettere un attimo realizzi che stiamo parlando di qualcosa che di per sé ha dell’assurdo.

Com’è possibile che, avendo tutte le materie prime che ci servono nel nostro paese, la maggior parte di noi ha nel suo armadio un’altissima percentuale (se non il 100%) di vestiti provenienti da China, Taiwan, Bangladesh eccetera?

Perché avviene tutto questo? Dov’è il problema alla base? Ci sono soluzioni?

Quando nasce e cos’è Fashion Revolution

Il 24 Aprile 2013 il complesso produttivo di Rana Plaza, a Dhaka, in Bangladesh, è crollato provocando la morte di 1133 persone e il ferimento di molte altre.

Questo evento non ha rallentato lo sfruttamento da parte delle multinazionali della manodopera a basso costo nei paesi più poveri per la produzione di abbigliamento.

Fashion Revolution è un movimento che nasce alcuni anni fa quando, alcune lavoratrici dell’azienda Zara, provenienti da paesi più poveri, inseriscono nel capo appena cucito un foglio con scritto “I Made your clothes”.

Questo movimento vuole stimolare, attraverso una partecipazione mondiale di persone sempre più cospicua e numerosi eventi proposti, un approccio verso l’acquisto di abbigliamento più consapevole.

Il 24 aprile, giorno in cui avvenne il disastro in Bangladesh, è diventato il “Fashion Revolution Day”, un appuntamento che vuole sensibilizzare i consumatori verso una moda più sostenibile e etica.

Durante questa giornata, ogni anno, chiunque lo voglia, si può far ritrarre con l’abito al contrario e un cartello con scritto “chi ha fatto i miei vestiti?” postando la foto sui social con gli hashtag #WhoMadeMyClothes #FashRev

Marina Spadafora, coordinatrice del Fashion Revolution Day in Italia, definisce così il movimento: “Fashion Revolution vuole essere il primo passo per la presa di coscienza di ciò che significa acquistare un capo d’abbigliamento, verso un futuro più etico e sostenibile per l’industria della moda, nel rispetto delle persone e dell’ambiente. Scegliere cosa acquistiamo può creare il mondo che vogliamo: ognuno di noi ha il potere di cambiare le cose per il meglio e ogni momento è buono per iniziare a farlo”. 

The Revolution Map

Fashion Revolution ha realizzato anche un altro progetto denominato “The Revolution Map” con lo scopo di mappare tutte quelle realtà in Italia che portano avanti determinati valori e dinamiche.

Questa mappa vuole essere uno strumento pratico per i consumatori che desiderano fare acquisti più responsabili.

Per facilitare la scelta, le realtà segnalate sono state divise in 8 categorie:

  • Vintage (abbigliamento e accessori di seconda mano)
  • Upcycling (recupero creativo di materiali di scarto)
  • Su misura/sartoriale (realtà che propongono capi su misura)
  • Equo solidale (abbigliamento e accessori provenienti da filiere solidali)
  • Cruelty free (abbigliamento e accessori che non provengono da origini animali o che ne tutelano il welfare durante la produzione)
  • Eco shops (negozi multimarca che scelgono brand attenti alla sostenibilità)
  • Materiali responsabili (realtà che utilizzano materie prime sostenibili sia in termini ambientali che per la salute della persona)
  • Produzione sostenibile (realtà che producono con un pressoché nullo impatto ambientale e/o sociale)

I criteri di selezione per realizzare questa mappa sono stati:

  • Reperibilità delle informazioni
  • Credibilità e trasparenza
  • Italianità (realtà che hanno sedi di produzione in Italia)
  • Contenuto moda (realtà che si occupano esclusivamente di abbigliamento e accessori moda)

Per saperne di più linee guida e criteri di selezione

Fashion Transparency Index

“Fashion Revolution verte sul costruire un futuro nel quale incidenti del genere non succedano mai più. Noi crediamo che conoscere chi fa i nostri vestiti sia il primo passo per trasformare l’industria della moda. Sapere chi fa i nostri vestiti richiede trasparenza, e questo implica apertura, onestà, comunicazione e responsabilità. Riconnettere i legami rotti e celebrare la relazione tra clienti e le persone che producono i nostri vestiti, scarpe, accessori e gioielli – tutto quello che chiamiamo fashion.” (Orsola de Castro – cofondatrice di Fashion Revolution)

Uno degli obbiettivi di “Fashion Revolution” è quello di chiedere maggiore trasparenza al mondo della moda.

Ogni anno viene elaborato il “Fashion Transparency Index” che rappresenta il grado di trasparenza delle realtà appartenenti al mondo “moda”.

Quest’iniziativa ha avuto dei risvolti molto importanti:

  • un numero sempre crescente di brand che accettano di partecipare allo stesso F.T.I. in quanto la pressione su questo tema si è fatta sempre più importante e ha reso molte aziende consapevoli che le scappatoie prima o poi finiranno.
  • una sempre maggiore condivisione dei fornitori, pratica piuttosto rara fino a qualche anno fa.

Da notare però che è stata riscontrata una grande carenza nel condividere le reali condizioni dei lavoratori ed una pubblicazione dei dati spesso confusa, fuorviante o non corrispondente al vero.

Un altro importante fattore su cui riflettere è che il solo indice di trasparenza non può essere automaticamente sinonimo di sostenibilità. Esiste infatti il Greenwashing (pratica sempre più presente che consiste nell’utilizzare la tematica ambientale ai fini di marketing in modo ingannevole, distogliendo l’attenzione dagli effetti negativi del proprio operato).

Un colosso del fast fashion farà di tutto per sembrare “trasparente” quando il tema è così scottante, pubblicando dati ambigui e liste parziali di fornitori. Il problema, però, è che spesso i fatti dicono cose diverse.

Per saperne di più

Sito web: www.fashionrevolution.org

Facebook: Fashion Revolution Italia

Instagram: fash_rev_italia

Twitter: FashionRevolution IT

Slow Fashion

Quando nasce e cos’è

Questa espressione ha avuto origine nel 2007, quando la consulente di design sostenibile Kate Fletcher ha chiamato in questo modo il tipo di produzione e di consumo di abbigliamento in base ai principi del movimento “Slow Food”.

Lo “Slow Fashion” (o “moda lenta”) nasce in contrapposizione al “Fast Fashion” che indica quell’andamento di un settore in cui prevale sempre di più l’usa e getta e il low cost sfruttando la manodopera a basso costo in paesi come China, Bangladesh, Pakistan e tanti altri.

(Per saperne di più clicca qui)

Proposte concrete

Questo movimento non ha solo lo scopo di andare contro un’industria che non tiene conto dei diritti umani, dei lavoratori e dell’ambiente ma si propone anche di diffondere spunti di riflessione costruttivi così da generare un cambiamento concreto.

Ecco quali sono alcune idee portate avanti dal movimento “Slow Fashion”:

  • Per i produttori:
    • ridurre il numero di collezioni annuali
    • favorire una produzione etica che tenga conto dei diritti umani e dei lavoratori
    • favorire una produzione attenta alla salvaguardia dell’ambiente prediligendo tessuti naturali
    • se vuoi vedere un esempio clicca qui
  • Per i consumatori:
    • acquistare meno abiti che abbiano una qualità maggiore affinché durino più a lungo
    • prestare attenzione al luogo in cui viene prodotto un determinato capo e ai materiali che lo compongono
    • prediligere produttori locali, laboratori artigianali e sartoriali
    • prediligere materiali naturali
    • chiedersi cosa davvero è necessario e cosa invece è frutto di logiche compulsive stimolate da pubblicità e sconti
    • prendersi cura del proprio abbigliamento (prima di lavarlo leggere l’etichetta)
    • riparare o riciclare vestiti usati e non buttare i vestiti che non si usano più

Una panoramica del movimento ad oggi

Come ogni approccio o movimento che prende campo anche lo “Slow Fashion” è finito per essere un termine abusato anche da quei produttori che sono molto lontani dalle caratteristiche elencate prima.

Questo non toglie però il fatto che il suo avvento abbia comportato una maggiore sensibilizzazione nei confronti di un settore che negli ultimi decenni aveva perso ogni forma di valore etico e sostenibile.

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