Maribella: la ragazza che ha deciso di vivere in modo consapevole

Troppo spesso crediamo che per sovvertire l’ordine delle cose ci voglia un cambiamento che parta dalle zone definite da molti “i piani alti”.

Questo ci porta ad un immobilismo che ci fa diventare allo stesso tempo vittime e carnefici delle situazioni in cui ci troviamo.

In ogni contenuto proposto da Una Goccia Nell’Oceano c’è sempre un messaggio che può essere più o meno velato che dice questo: inizia da te! Inizia da ciò che fai ogni giorno, dalle tue abitudini, dal modo in cui ti relazioni con gli altri e dalle scelte che prendi! Quello sarà il primo passo verso un mondo migliore!

In questo articolo vogliamo affrontare il tema delle scelte.

Quante volte siamo realmente consapevoli dell’impatto che ha sulla nostra vita e su quella degli altri esseri viventi il lavoro che facciamo?

La storia di Maribella è un bellissimo esempio di disobbedienza civile messo in atto da una ragazza che ha scelto la strada più ardua e meno conveniente ma che ha deciso di vivere in modo consapevole.

Uno degli scopi di questo portale è proprio questo: essere una cassa di risonanza per tutti quei contenuti che possano stimolare spunti di riflessione positivi aumentando la qualità della vita sia delle persone che di tutto l’ambiente che ci circonda.

Ci teniamo a precisare che l’obbiettivo di questo racconto non è quello di suscitare sdegno verso le dinamiche che caratterizzano i media di massa come giornali o telegiornali.

Quello che ci siamo limitati a riportare è solo il racconto personale di una ragazza.

Non intendiamo in nessun modo avere la presunzione di esprimere giudizi su un operato di un settore che non conosciamo da vicino pertanto ci asteniamo da una presa di posizione.

L’unica cosa che vogliamo è che questa storia di scelta consapevole nell’ambito lavoro possa essere un seme che un giorno fiorirà nella mente di chi avrà il piacere di accoglierlo.

La storia di Maribella


Il contesto

Mio padre lavorava come operaio rotativista presso un giornale famoso mentre mia madre insegnava a scuola. Detto questo puoi immaginare quanto dentro casa mia fosse incrollabile la fede verso le istituzioni.

Ogni giorno il giornale, che mio padre aveva come benefit aziendale, e il telegiornale erano d’obbligo. 

Per quanto riguarda me, ho studiato cinematografia e circa 10 anni fa sono riuscita ad ottenere un lavoro come tecnico video in un’azienda che aveva appalti con due reti televisive molto importanti. In sostanza montavo le attrezzature e i microfoni ai giornalisti.

Le dirette


Già agli inizi mi ero infastidita quando avevo notato che le dirette TV venivano chiamate appunto “dirette” anche se in realtà di diretta e improvvisazione c’era ben poco: tutte le domande e le risposte seguivano un copione definito dall’inizio.

Dall’altra parte però comprendevo che in diretta potevano avvenire degli inconvenienti che non rientravano nei principali scopi del programma e quindi il fatto di strutturarlo in anticipo poteva essere funzionale a una comunicazione lineare.

La cruda realtà dei telegiornali


Quando abbiamo iniziato a lavorare con i tg però le cose sono cambiate. Un giorno, mentre partecipavo da manifestante a un corteo “no tav” ho assistito a una scena che non avrei mai voluto vedere.

Mentre i manifestanti svolgevano la loro normale manifestazione sono stati attaccati dalla polizia e un ragazzino di 14 anni è stato ferito ad un ginocchio con un lacrimogeno. Quello che mi ha fatto più rabbia è che sono stati impediti anche i soccorsi.

Arrivata a casa ho visto il telegiornale e mi sono resa conto che la versione che riportavano era stata completamente distorta da ciò che era avvenuto. Io avevo assistito a tutto e sapevo come erano realmente andate le cose. Quello è stato uno dei primi episodi che ha iniziato seriamente a farmi domandare se veramente volevo essere parte di un qualcosa che probabilmente era marcio.

Mi chiedevo se la paga così profumata che ricevevamo altro non era che un sussidio per tapparci la bocca per ciò che vedevamo quando andavamo a fare alcuni servizi. Probabilmente era così. Se la paga fosse stata misera, la credibilità delle varie testate giornalistiche sarebbe stata messa seriamente in pericolo da possibili dissidenti interni.

Le minacce da Roma


Un altro giorno, mentre assistevo ad una manifestazione simile, dalla parte della regia video però questa volta, alcuni manifestanti mi dicono: “ma come tu non eri alla manifestazione l’altra volta?” Io di getto gli rispondo: “si ero io ma ora sto semplicemente lavorando non è che la penso diversamente”.

Improvvisamente è arrivato il mio capo per avvisarmi che da Roma mi avevano sentita che dicevo che ero dalla parte dei manifestanti in quanto i microfoni erano aperti e se non volevo essere licenziata avrei fatto bene a tapparmi la bocca.

In quel momento ho provato un forte senso di fastidio in quanto mi ero sentita privata del sacrosanto diritto di avere un mio pensiero.


Lo scontro a casa


La sera stessa, guardo il servizio che avevamo fatto in TV durante la giornata appena trascorsa e rimango sbigottita in quanto quello che avevo appena sentito in TV non corrispondeva assolutamente a quello che avevamo filmato.

Praticamente il video era stato montato in un modo che aveva completamente distorto i fatti che avevamo ripreso integralmente. Il messaggio che passava era diverso.

Quello che la nostra troupe riprendeva veniva trasmesso in diretta a Roma e loro eseguivano il montaggio video. 

Quella sera ero a cena con mio padre e quando avevo lamentato questa ingiustizia lui aveva preso subito le difese del telegiornale esclamando: “ma cosa stai dicendo? Quindi mi vuoi dire che è tutta disinformazione?” 

In quel momento mi sono sentita davvero impotente. La credibilità di alcuni mezzi di comunicazione era talmente salda in certe persone che aveva il potere totale di influenzarle in qualsiasi modo volesse. Neanche mio padre mi credeva!

Non ero più disposta a contribuire a una presa in giro costruita ad hoc di più di 60 milioni di persone. Io non volevo fare parte di quel meccanismo malato. Non lo volevo alimentare. Quando avevo visto quel servizio subito mi è venuto da pensare a quanti altri servizi in passato erano stati manomessi in quel modo. 


Altri episodi

La situazione che ho appena descritto è stata solo “la goccia che ha fatto traboccare il vaso”.

Ci sono stati però degli altri episodi che mi hanno portato a prendere la decisione finale.

Quando andavamo in trasferta per eseguire delle riprese mi trovavo spesso a controbattere alcuni colleghi facendogli presente che le cose non erano realmente andate come loro dicevano.

Ogni volta loro mi guardavano e con tono saccente mi ripetevano: “ma perché tu chi sei?”

Non riuscivo ad accettare tutto questo. Praticamente mi sentivo ingabbiata dentro a un sistema di menzogne dove tutti erano fieri di esserne i custodi.

Il referendum

Una volta al mio capo avevo detto che sarei andata a votare per il referendum che si teneva in quegli anni per la privatizzazione dell’acqua e mentre chiacchieravamo lui mi aveva dichiarato:”Ma davvero vai a votare?! Se io mi dovessi schierare con quello o con quell’altro non ne uscirei vivo. A me non interessa di niente e di nessuno. Se vuoi fare questo lavoro devi astenerti da tutto quello che è il panorama politico.”

Praticamente avevo appena appurato che se avessi voluto continuare quel percorso avrei dovuto avere una coscienza-non coscienza. Ma poi lui era uno, e quante altre persone ragionavano così all’interno di quell’ambiente? E queste persone sono le stesse che hanno la possibilità di mettere mano a loro piacimento alle informazioni che ci arrivano e quindi possono influenzare i nostri pensieri e le nostre azioni.

L’epilogo

A quel tempo lavoravo ancora con un contratto a chiamata. Fortunatamente ho avuto un periodo di pausa per poter riflettere dopo quegli episodi. Ero fortemente combattuta con me stessa. Molti amici mi suggerivano di imparare più che potevo per poi fondare un qualcosa di mio, che agisse con dinamiche diverse, più etiche. Ma quanto schifo avrei dovuto sopportare ancora?

Quando dicevo che volevo lasciare, alcuni miei amici mi dicevano che ero pazza perché la paga era veramente invitante. Io però mi sentivo che, oltre a prendere in giro un paese intero, stavo prendendo in giro tutte quelle persone che lavoravano molti più giorni di me e molte più ore di me prendendo meno.

Dopo un pò il mio capo mi ha proposto un contratto a tempo indeterminato. Ero a un bivio. Non sapevo che fare. Quel giorno però ho deciso di scegliere la strada più difficile ma che sentivo veramente più giusta così ho rifiutato.

Mi sono trovata tutto d’un tratto senza lavoro e così mi sono messa a ricercarlo nel mondo della ristorazione.

Sono finita a lavorare in un ristorante in montagna. Il lavoro era molto più duro e la paga era sicuramente meno invitante. Quello che mi piaceva però è che davo cibo buono e fresco a tutti e che facevo felici i clienti. Questo mi faceva sentire molto meglio.



Maribella come esempio di vita consapevole

Perché abbiamo voluto raccontare questa storia?

Come dicevamo prima non vogliamo assolutamente porre l’accento sui fatti in sé perché rischieremmo di cadere in generalizzazioni e banalizzazioni che non portano niente di costruttivo.

Quello che vogliamo suscitare è una riflessione personale.

In che modo il tuo lavoro ha un impatto sugli altri esseri viventi? Che dinamiche favorisce? Virtuose o viziose?

Per costruire un mondo migliore dobbiamo iniziare a rivalutare tutte le scelte che prendiamo ogni giorno. Dobbiamo capire se fanno parte di noi o se sono il frutto di condizionamenti esterni.

Dobbiamo capire in che modo possono portare valore alla società o se al contrario recano solo danno. Molti lavori sono apparentemente “innoqui” ma se andiamo a scavare a fondo scopriamo che nella maggior parte dei casi stiamo alimentando inconsapevolmente un sistema “malato”.

Il primo passo per sovvertire l’ordine delle cose è rimescolare le carte della propria vita mettendo in discussione anche le cose più scomode.

RIFLETTICI SU!

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